ROMA – “Cicatrici e segni del tempo fanno curriculum, sono segni onorifici come le medaglie e i nastrini che portiamo? E’ un’idea romantica alla quale non abiuriamo, ma dobbiamo stare al passo con i tempi”. Del resto “la chirurgia plastica non è nata nelle cliniche, ma sui campi di battaglia”.
E così un pò ‘meno Rambo e un pò più persone’ si rimane comunque valorosi militari. Il Tenente Colonnello Giuseppe d’Armento, medico odontoiatra dell’Esercito italiano, senza voler sfatare il mito storico del soldato che sulla pelle porta i segni delle proprie battaglie, alla Dire spiega come la medicina estetica potrebbe integrare le cure rivolte ai nostri soldati (e non solo) di ritorno dai teatri operativi o da dure prove di addestramento. Non è una scoperta tutta del presente, anzi, è con la Grande Guerra che tutto comincia.
Spiega D’Armento che con granate, proiettili, shrapnel veniva colpita nei combattimenti la parte del corpo più esposta nello scenario bellico dalla trincea, ovvero il viso, procurando devastazioni facciali e i feriti al viso erano le vittime più tragiche perché erano a malapena riconoscibili, guardarli suscitava disagio e talora orrore: le deturpazioni facciali divenivano tragiche compagne della loro esistenza”.
I rimedi andarono dalla maschere personalizzate con protesi estetiche alle prime procedure con auto-innesto cutaneo e osseo, sottolinea il medico. Anna Coleman Ladd, ricorda D’Armento, fu la donna che restaurava i volti (non era un medico, ma una scultrice e si adoperò confezionando maschere cosmetiche personalizzate realizzate dipingendo sottili sfoglie di rame), fu insignita del titolo di Cavaliere della Legione d’ Onore dal governo francese. Tanti però non sopravvissero a quella mutilazione, scegliendo il suicidio o la completa esclusione sociale.
Dal suo impegno trassero spunto i primi due pionieri della chirurgia plastica-ricostruttiva, Harold Gillies ( ufficiale medico dell’ Esercito britannico) e Sir Charles Valadier (dentista inglese) che insieme si recavano sui campi di battaglia della Grande Guerra muovendosi su una Rolls Royce su cui avevano montato una poltrona dentistica. Non solo mutilazioni in battaglia, ma anche ustioni e ferite. D’Armento sottolinea il cambiamento propugnato dal professor Antonio Guida, presidente della SIMEO (Società Italiana di Medicina Estetica Odontoiatrica) che ha condotto “alla svolta epocale” avvenuta “con il decreto 34 del 30 marzo 2023” grazie al quale l’odontoiatra oggi può agire “a tutto tondo sul volto e non solo sul terzo inferiore” come era prima, quando “non poteva praticare trattamenti estetici al di fuori di labbra e zona periorale”.
Il Tenente Colonnello decide così di avvicinarsi alla medicina estetica per esplorare questo lato della cura all’apparenza, e solo all’apparenza, meno importante. E invece no, nemmeno per chi in uniforme va a combattere. “Puo’ esistere una buona odontoiatria senza medicina estetica, ma non è vero il contrario: non ci può essere una buona medicina estetica del viso senza odontoiatria; può sembrare un ossimoro: cosa c’entra con un soldato?”.
E invece c’entra. “In integrazione sinergica con altre branche mediche e attraverso terapie mirate,la medicina estetica del viso- spiega il Tenente Colonnello che sta dedicando ricerche e studi su questo aspetto- correggerebbe e migliorerebbe nel tempo il risultato ottenuto con la chirurgia plastica- ricostruttiva e con la vulnoterapia. Il momento terapeutico diverrebbe discorso terapeutico protratto nel tempo: seguire nel tempo chi ha subito tali traumi significa non farlo sentire abbandonato e ne migliorerebbe lo stato di salute, moltitudini di ricerche hanno dimostrato che praticare la medicina estetica in pazienti oncologici, ad esempio, migliora notevolmente i parametri PNEI ( sicologici, Neurologici, Endocrini, Immunologici) e con essi la qualità della vita, lo stesso varrebbe per i pazienti feriti al viso.
E ancora la tossina botulinica che serve per decontrarre l’ipertono dei muscoli elevatori che sono sentinelle di condizioni di stress, prima ancora che il bruxismo instauri danni. Ma la tossina botulinica A- puntualizza l’odontoiatra- si può usare con i militari che lavorino in alta temperatura e umidità o con tute Nbc, in mezzi pesanti o in pieno equipaggiamento tattico per ridurre l’ iperidrosi, la seborrea e migliorare il bilancio idrico cutaneo.
Fondamentale, inoltre, lo screening in Patria al rientro per intercettare precocemente eventuali lesioni precancerose che possono evolvere in melanomi o in carcinomi della pelle”. Il Policlinico Militare Celio, che dipende dal Comando Logistico dell’Esercito, dove D’Armento assiste i militari, è un ROLE 4, vuol dire che “è il massimo collettore internazionale per le terapie avanzate anche per chi viene dai teatri operativi esteri”, è il cuore pulsante della sanità Militare italiana. L’odontoiatria dell’Esercito dispone di tecnologie avanzate, messe in campo anche nelle missioni all’estero.
D’Armento ricorda come nel 2001 in Kosovo l’ uso dello shelter odontoiatrico “suscitò la curiosità e l’ammirazione di delegazioni di Forze Armate di altri Paesi alleati che inviarono delegazioni in visita (si tratta di un modulo aviotrasportabile delle dimensioni standard di un container in cui, in pochissimo spazio sono ergonomizzati tutti i confort e le dotazioni tecnologiche di un moderno ambulatorio dentistico, persino la fibra ottica e la videoradiografia che all’ epoca erano tecnologie che pochi studi dentistici civili potevano vantare)”.
L’odontoiatria militare, che ha erogato cure anche alle popolazioni vittime di conflitti armati, ricorda D’Armento che ha vissuto numerose esperienze in teatro operativo, creando utili “ponti di dialogo con le istituzioni locali, favorendo le attività negoziali e diplomatiche, in Patria si è mostrata capace di grande duttilità di impiego: durante la pandemia covid 19, impossibilitati all’erogazione di cure specialiste odontoiatriche – se non urgenti- gli odontoiatri del Celio si sono fatti pieno carico dell’attività di triage al Pronto Soccorso del Celio, facendo da primo filtro sulle moltitudini di pazienti che si presentavano alla porta. Sono impegnati, inoltre, in attività di reclutamento e attività medico legale consultiva a organi dello Stato”.
Originario di Nova Siri, piccolo borgo lucano, la scelta di arruolarsi per D’Armento arriva nel 1999 per assolvere agli obblighi di leva. “Ero affascinato dai racconti di mio nonno sulle compagne d’Africa e dei Balcani “, ricorda. Poi una vita di missioni all’estero, in prima linea. “Tra quelle rimaste nel cuore è difficile fare una classifica. Forse non quelle più adrenaliniche” come avrebbe pensato all’inizio di carriera, ma quelle in cui “camice bianco ed uniforme diventano tutt’uno, indistricabilmente”.
Come a Sarajevo nel 2004 dove le ferite che la guerra ha lasciato sono tutte li, nell’orfanotrofio di Sokolaz, dove piccoli bambini indifesi sono rimasti soli senza genitori. Lì, su un lettino, un medico con le stellette si è preso cura dei loro sorrisisvaniti: è la storia della faretra e dell’arco, quella vecchia parabola sulla medicina che non soltanto cura, ma a volte salva.
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