Lo stesso giornale, in un altro articolo, scrive che il vero obiettivo di Trump pare proprio essere la demolizione dell’Unione Europea, considerata il principale avversario economico ed ideologico di questa amministrazione.
Baker ricorda che nei primi giorni di Putin Yelena Tregubova fu cacciata dal gruppo stampa del Cremlino per aver fatte tre domande. Fu l’innesco. “Nello schema delle cose, fu un piccolo momento, quasi dimenticato quasi 25 anni dopo. Ma fu anche rivelatore. A Putin non piacevano le sfide. Il resto della stampa capì il messaggio e alla fine divenne ciò che il Cremlino voleva che fosse: una accolita di giornalisti compiacenti che sapevano di dover stare al passo, altrimenti avrebbero pagato un prezzo. La decisione del team del presidente Trump di selezionare con cura quali organizzazioni giornalistiche possono partecipare al pool stampa della Casa Bianca che lo intervista nello Studio Ovale o viaggia con lui sull’Air Force One è un passo in una direzione che nessun presidente americano moderno di entrambi i partiti ha mai intrapreso”.
Ma è solo un indizio. Baker premette che “gli Stati Uniti non sono la Russia in nessun modo, e qualsiasi paragone rischia di andare troppo oltre. La Russia aveva a malapena una storia con la democrazia, allora, mentre le istituzioni americane sono durate per quasi 250 anni. Ma per quelli di noi che hanno scritto lì un quarto di secolo fa, la Washington di Trump sta riportando alla mente i ricordi della Mosca di Putin dei primi giorni”.
Lo schema, appunto: “media sono sotto pressione. Legislatori sotto scacco. I funzionari pubblici ritenuti sleali licenziati. I procuratori nominati da un presidente che ha promesso “ritorsione” che prendendo di mira gli avversari di Trump abbandonando i casi contro gli alleati. I magnati miliardari che un tempo si consideravano padroni dell’universo che si stanno prostrando davanti a lui. I giudici che bloccano temporaneamente le decisioni dell’amministrazione che ritengono illegali vengono minacciati di impeachment. L’esercito epurato dei suoi ufficiali di grado più alto. E un presidente che si definisce il re, e che scherza dicendo che potrebbe provare a restare al potere oltre i limiti della Costituzione”.
“Tutto questo sta accadendo sullo sfondo di un importante cambiamento nella politica estera, mentre il signor Trump si allontana dall’Ucraina e si avvicina alla Russia di Putin”.
Anche Yevgenia Albats, un’importante giornalista russa che ha dovuto fuggire dal suo Paese sotto la minaccia di arresto dopo l’invasione del 2022, ha affermato che gli sviluppi a Washington nelle ultime cinque settimane ricordano i primi giorni del regno di Putin. “Gli oligarchi che baciano l’anello, le cause legali contro i media, i vincoli su quali media dovrebbero essere nel pool della Casa Bianca e quali no: tutto ciò suona familiare”, dice.
Secondo il New York Times “ora a Washington si avverte lo stesso gelo che si sentiva a Mosca in quei giorni. Ogni giorno qualcuno che prima si sentiva libero di parlare pubblicamente contro Trump chiede di non essere citato per nome per paura di ripercussioni, sia tra i democratici che tra repubblicani. Si preoccupano di un Fbi guidato da un dichiarato combattente partigiano che ha già stilato quella che sembra essere una lista di nemici. Temono che la loro schiettezza possa danneggiare i familiari che lavorano per il governo”.
“In decenni di giornalismo a Washington, sia sotto i repubblicani che i democratici, non si era mai vista una situazione del genere”, conclude.Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo https://www.dire.it