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Le piazze turche sfidano Erdogan


ROMA – La Turchia è divisa e scossa da una nuova ondata di proteste contro il governo del presidente Recep Tayip Erdogan. A innescare le manifestazioni organizzate dalle opposizioni, l’arresto di Ekrem Imamoglu, il sindaco di Istanbul e leader del Partito popolare repubblicano (in turco Cumhuriyet Halk Partisi, Chp), principale sfidante della formazione di Erdogan, Partito giustizia e sviluppo (Adalet ve Kalkinma Partisi – Akp).

Lo scorso 19 marzo, la polizia ha ammanettato il primo cittadino nell’ambito di una maxi-inchiesta su possibili atti di corruzione legati al terrorismo, proprio pochi giorni prima dalle elezioni primarie del Chp. Come riferisce l’agenzia nazionale Anadolu, oltre a Imamoglu la magistratura ha spiccato mandati d’arresto per oltre un centinaio di persone.

“Non mi tirerò mai indietro” ha detto Imamoglu, a cui, come hanno confermato i media locali, le autorità hanno anche annullato la laurea universitaria, tra i requisiti necessari per presentare candidatura alle presidenziali. Nonostante questo, lo scorso 24 marzo l’ormai ex sindaco ha incassato circa 15 milioni di voti alle primarie del Chp, confermandosi il più temibile avversario di Erdogan alle elezioni che si svolgeranno nel 2028.

Un’investitura che il presidente della Repubblica turca ha bollato come “una farsa”: Erdogan ha da subito espresso sostegno al lavoro della polizia e accusato il Chp di “istigare” i disordini, dopo che il Chp ha fatto appello a proteste continue nelle principali città del Paese, a partire dalla capitale Ankara, a cui hanno aderito migliaia di persone. “L’opposizione vuole disturbare la pace e polarizzare l’opinione pubblica” ha avvertito il presidente, accusando gli avversari politici di essere “gli unici responsabili del ferimento degli agenti di polizia negli attacchi dei facinorosi”, così come degli atti di “vandalismo”, tra cui “vetrine distrutte e proprietà pubbliche danneggiate”. Centocinquanta gli agenti finiti in ospedale.

Nelle proteste, però, anche numerosi manifestanti sono rimasti feriti. Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha confermato la veridicità delle immagini che dal 19 marzo stanno circolando in rete e sulle principali testate internazionali, che mostrano “un uso completamente immotivato della forza da parte della polizia contro manifestanti pacifici picchiati coi manganelli e presi a calci mentre erano a terra”.

Callamard continua: “L’uso indiscriminato dello spray al peperoncino, dei gas lacrimogeni e dei proiettili di gomma, in alcuni casi diretti al volto e al tronco, ha causato feriti e ricoveri in ospedale, ed è qualcosa di profondamente scioccante”.

L’ultima stima effettuata da Amnesty riferisce di 1.879 manifestanti arrestati e 260 detenzioni cautelari anche per via “del divieto di protesta in vigore in tre città”, che è stato poi “ulteriormente esteso. Si segnalano ferimenti, difficoltà nell’accesso ai social media e arresti di giornalisti che seguivano le proteste nel corso di raid nelle loro abitazioni”.

Otto i cronisti ammanettati: Ali Onur Tosun, Bülent Kiliç, Zeynep Kuray, Yasin Akgul, Hayri Tunc, Kurtulus Ari, Zisan Gur, Murat Kocabas e Baris Ince. “Per 42 ore”, prosegue Callamard, “internet ha subito una riduzione di banda che ha limitato l’accesso ai social media e ai portali d’informazione. Oltre 700 profili su X di giornalisti, attivisti ed esponenti dell’opposizione sono stati bloccati”. Tutte azioni che fanno temere “un brutale attacco alla libertà di espressione. Le autorità dovrebbero astenersi da tali misure”.

Questi avvenimenti hanno suscitato imbarazzo a livello europeo, tra i principali alleati della Turchia di Erdogan, già da tempo sotto la lente dei difensori dei diritti umani per gli arresti di dimostranti e le restrizioni ai diritti civili a partire dal 2016. Lo scorso anno, circa una decina di sindaci sono finiti in manette per reati che sono stati contestati dai legali come “inconsistenti”.Spesso, all’origine del conflitto politico vi è il sostegno di certi partiti, come il Chp, alle istanze della minoranza curda.

Il recente processo di disarmo che il leader curdo Abdullah Ocalan ha accettato di avviare all’interno del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), iscritto da Ankara nella lista dei movimenti terroristi, non sembrerebbe sufficiente a pacificare il braccio di ferro tra l’Akp e i partiti all’opposizione.

Lo scorso ottobre, in Turchia è stato diffuso ‘Bir Dus’ (“Un sogno”), il docu-film che racconta l’ascesa dell’Akp di Erdogan, al potere da due decenni, attraverso le lenti dei giornalisti della testata indipendente BirGun, fondata proprio in quel periodo. In un’intervista con l’agenzia Dire, Yasar Aydin, giornalista e portavoce di BirGun, spiega: “Quando il quotidiano BirGun ha iniziato le pubblicazioni, il 14 aprile del 2004, il governo dell’Akp era al suo quindicesimo mese. In un certo senso, quindi, il giornale ha testimoniato gli anni dell’Akp, subendo anche arresti e decenni di condanne al carcere per molti nostri cronisti” per il lavoro d’inchiesta svolto. Per questo, continua il portavoce, “quando abbiamo deciso di celebrabre i vent’anni di attività in un documentario, è stato inevitabile includere anche il percorso dell’attuale governo”.

I protagonisti del docu-film “sono i giornalisti e i dipendenti della testata e attraverso il loro lavoro raccontiamo allo spettatore i momenti di svolta vissuti dalla Turchia, le proteste e le posizioni assunte nelle varie fasi di crisi”.

Aydin riferisce che “con il governo Akp e le sue politiche neoliberiste, tutto, dalla sanità all’istruzione, è stato privatizzato”. Il giornalista continua: “La natura è stata sottomessa alla speculazione edilizia. Il Paese invaso da miniere e cantieri. Con modifiche costituzionali e legislative lo spazio democratico si è ristretto ulteriormente. Il governo islamista ha adottato un approccio che ha relegato le donne in casa e allontanato bambini e giovani dall’educazione scientifica. Anche gli ultimi frammenti di laicità sono stati eliminati. Corruzione e mafia sono diventate una realtà consolidata”. In questo contesto, secondo Aydin, “la pace in Turchia non è possibile”.

Ancora il giornalista: “Non c’entra nulla la risoluzione della questione curda: nessun problema può essere risolto in modo democratico sotto questa leadership. Quello che accade oggi non è un autentico appello alla pace da parte dell’Akp, bensì una mossa per mantenere in vita il regime”.
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