CIVITAVECCHIA – Pioveva quel 26 marzo 1900, quando, alla stazione di Civitavecchia arrivò il diretto da Roma. Da un vagone scesero distinti signori, eleganti nei loro abiti di città, osservandoli si percepiva che erano persone di cultura. Erano i membri della Società Geologica Italiana in visita nella città portuale e nei suoi dintorni, interessati ad esaminare le miniere, le cave e i stabilimenti che lavoravano i minerali estratti. A riceverli c’erano il direttore generale, quello locale ed altri funzionari della Società Fabbrica Calce e Cementi di Casale Monferrato, che da soli tre anni aveva aperto uno stabilimento a Civitavecchia; il signor Brandt direttore della Compagnia Generale dell’Allume romano; il signor Lazzeri dell’impresa incaricata dei lavori al porto; l’ingegnere D’Anna del Genio Civile che dal 1884 aveva aperto un suo ufficio per i lavori di ampliamento e miglioramento dello scalo cittadino. Prima tappa della comitiva fu la valle del Marangone, raggiunta col trenino della piccola ferrovia a scartamento ridotto (1 metro) messa disposizione dall’impresa Lazzeri e Calderai. Qui ammirarono la grandiosità delle cave che fornivano l’arenaria eocenica. Al ritorno si fermarono a San Gordiano “dove si formano i grossi massi di 36 tonnellate ciascuno per le gettate, composti con pietrisco e malta di calce e pozzolana di S. Paolo”. Seguì la visita dello stabilimento del cemento dove si produceva cemento a lenta presa tipo Portland e cemento a presa rapida tipo Grenoble con una produzione quotidiana di circa 1000 quintali. Ammirarono il laboratorio chimico, i sei forni di tipo Aalborg, la cui temperatura massima era di 1700 gradi. Poi la pressa Dorsten capace di “formare all’ora da 6000 a 6500 mattonelle di miscele, che vengono poi passate ai forni”; la macinazione con i molini Krupp a palle d’acciaio. Nel pomeriggio furono visitate le cave della Mattonara e della Scaglia. Qui visitarono le tombe etrusche e arrivarono a Torre Orlando, alle cave di gesso del mio-pliocene. Dopo un veloce passaggio nelle località Montagnola e Fornace, si recarono in porto per ammirare i nuovi lavori. Il giorno dopo si diressero verso Tolfa, fermandosi “alle rovine degli antichi bagni delle Acquae Taurinae, dette Bagni di Traiano “dove in due piccole grotte si raduna l’acqua salino-solforosa con temperatura di circa 50° ed in cui tuttora si fanno bagni”. Altra tappa a Poggio Ombricolo per la cava di calcare eocenico, grigio, compatto, in banchi a larghe inflessioni, che somministrano il principale materiale per la fabbrica dei cementi. Attraversarono La Bianca, il cui nome “devesi all’imbiancamento prodotto nella località dalla lavorazione che ivi si fa del caolino”. Fu visitata Tolfa, da lì i geologi si recarono a Gangalandi “un grandioso ed imponente quanto curioso scavo artificiale ad alte pareti per lo più verticali e talora di oltre 50 metri di altezza”. Dall’ameno borgo di Allumiere scesero all’eremo della Trinità e alla Farnesiana per visitare le Trincere inferiori, medie e superiori dove si estraeva l’allumite. Ritornati ad Allumiere, furono ospiti del direttore delle miniere, l’ing. Calderini, e della sua egregia consorte, che “volle con squisita cortesia offrire alla comitiva un eccellente ristoro”. Fecero ritorno a Civitavecchia e ripartirono per Roma con il treno della sera. Ettore Mattirolo, l’ingegnere autore dell’articolo che fu pubblicato sulla “Rassegna Mineraria” dell’11 aprile 1900, conclude così il suo resoconto: “Le amene località percorse offrono particolare interesse così pel geologo come per l’industriale; in esso, è noto, trovansi anche giacimenti ferriferi e piombiferi attualmente non coltivati ed altri fatti di grande importanza geologica, che si sarebbero pur volentieri esaminati, ma non fu possibile ampliare un programma già così esteso pel breve tempo”. (Gita della Società Geologica Italiana a Civitavecchia ed alla Tolfa, estratto) |