ROMA – “Le Forze armate israeliane hanno lanciato una grande operazione e stanno sfollando la popolazione sia da nord che da sud, e da 35 giorni non entrano più aiuti umanitari: siamo allo stremo”.
La testimonianza per l’agenzia Dire arriva da Sami Abou Omar, operatore umanitario a Gaza per l’Associazione di cooperazione e solidarietà Acs – Italia.
Le dichiarazioni arrivano mentre le fonti di stampa internazionale confermano l’avvio di una vasta operazione di terra lanciata dall’esercito di Tel Aviv nella Striscia. Dalle prime ore del mattino, i bombardamenti hanno già provocato una trentina di morti. Tra questi, otto si sono registrati in un raid contro una clinica medica gestita dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (Unrwa) a Jabalia, che accoglieva famiglie sfollate.
Tra le vittime risultano, secondo Al Jazeera, anche tre bambini. Stando al ministero della Salute dell’enclave palestinese, salgono così a 1.042 le vittime dal 19 marzo, giorno in cui Israele ha ripreso a bombardare la popolazione, ponendo fine all’accordo di cessate il fuoco di fine gennaio.
L’invasione di terra serve a “prendere vaste porzioni di terra” da “includere in una buffer zone”, una zona cuscinetto, che risponda alle esigenze di sicurezza di Israele, come ha spiegato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, aggiungendo inoltre che l’obiettivo è costringere Hamas a liberare tutti gli ostaggi, nonché a fare “pressioni” sulla popolazione civile affinché, a sua volta, costringa il gruppo politico-militare a rilasciare gli israeliani sequestrati il 7 ottobre 2023.
Israele, così, pone definitivamente fine all’accordo di cessate il fuoco inizialmente negoziato con Hamas, che prevedeva rilasci graduali a fronte dell’ingresso di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, l’uscita dell’esercito israeliano dalla Striscia e la liberazione di prigionieri palestinesi. Un’intesa rispettata nei 42 giorni della prima fase.
Continua Abou Omar: “I militari stanno entrando perché vogliono allargare la zona cuscinetto, la ‘buffer zone’, che dovrà essere il 25% della Striscia di Gaza. Al momento la situazione è molto grave, sono partiti gli ordini di evacuazione e finora, più di 140mila persone stanno andando verso ovest. Rafah è stata evacuata completamente così come la metà di Khan Younis”.
Stessa situazione anche a nord: “Gli abitanti delle città settentrionali di Beit Lahia e Beit Hanoun- continua l’operatore di Acs- stanno andando verso ovest, verso il mare”. Come denuncia ancora Abou Omar, “Ci manca tutto, come tende e rifugi, perché non ci sono più spazi”, a causa di un anno e mezzo dal lancio del’offensiva militare da parte delle forze di Tel Aviv. “Da 35 giorni poi, non stanno più entrando aiuti umanitari: senza cibo e acqua la gente è allo stremo”.
L’invasione dell’esercito israeliano si sta concentrando sulla città di Rafah e Khan Younis, nel sud, da dove la popolazione è spinta ad andare verso il campo profughi di Al-Masawi, distante 14 chilometri. Questa località è già sovrappopolata ed è stata oggetto di numerosi attacchi.
Nei giorni precedenti, aerei militari hanno distribuito volantini che ordinavano alla popolazione di trasferirsi nelle “zone sicure”, ma, come denunciano da tempo le organizzazioni umanitarie, a Gaza non esisterebbero zone sicure né per i civili né per gli operatori umanitari. Ieri le Nazioni Unite hanno espresso parole di forte condanna per il ritrovamento, in una fossa comune, dei corpi di quattordici operatori della Mezzaluna rossa palestinese e della protezione civile, insieme all’ambulanza in cui viaggiavano, ma mancherebbe all’appello il corpo del quindicesimo. Sabato scorso, Israele ha ammesso di aver colpito l’ambulanza poiché ritenuta “un veicolo sospetto”.
Nella sola giornata del 23 marzo, ha inoltre bombardato l’ospedale oncologico di Khan Younis, una delle sedi delle Nazioni Unite e un deposito della Mezzaluna rossa, mentre in Cisgiordania veniva picchiato e arrestato Hamdan Ballal, uno dei registi palestinesi del docu-film premio Oscar ‘No Other Land’.
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