Foto di Paolo Ciriello, dal profilo Instagram di Giovanni Bagnasco
ROMA – È il protagonista della serie di Sky Now “L’arte della gioia” diretta da Valeria Golino e con Tecla Insolia. Giovanni Bagnasco ha 25 anni ed interpreta Ippolito Brandiforti: unico erede della famiglia, rinchiuso in una stanza dell’ultimo piano della villa per la sua deformità. Nella realtà, l’attore ha la sindrome di Treacher Collins (o di Franceschetti). Ne ha parlato in un’intervista al Corriere della Sera. Si tratta di “una malattia congenita rara, colpisce essenzialmente cartilagini e ossa del volto. Io sono stato operato al palato appena nato”.
“Se sono mai stato bullizzato per il mio aspetto? No, però potrei scrivere un libro sugli sguardi. Sono stato guardato in così tanti modi… Conosco la sensazione di chiedermi: chissà che pensa? Ormai, non m’importa più, ma da piccolo, anche il non detto faceva male. E ora, in un microsecondo, ho già più o meno capito che tipologia di persona ho di fronte”, ha raccontato.
“Sono un ragazzo come tanti e anche un po’ Ippolito, ‘il mostro’. La parola non mi ferisce più, è una piccola componente della mia vita”, ha spiegato.
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L’avventura come attore è iniziata quasi per caso: “Non avevo mai pensato di fare l’attore. Un amico fotografo mi aveva fatto degli scatti e per me era stato un test per capire cosa provavo davanti a un obiettivo. Mi ero sentito tranquillo e, avendo visto sfilate con modelli freaks, vagheggiavo di mandare le foto a un’agenzia. Intanto, questo fotografo fa un festival amatoriale, mi chiama per fare del rap e lì conosco artisti, poeti e il giovane regista Luca Sorgato, che mi propone una comparsata in un corto, dove conosco un attore che stava in un’agenzia, la Freaks, a cui porto le mie foto. Era estate, ero senza un euro, facevo il casellante delle autostrade. Ero provatissimo dagli ultimi tre anni e quando invece di servizi di moda sono arrivati due provini per il cinema, ho pensato di non avere nulla da perdere. Vado e vengo preso tutte e due le volte”.
IL PROVINO CON VALERIA GOLINO
Del provino con Golino, invece, ha raccontato: “Si è accovacciata, mi ha messo le mani sulle ginocchia e io credo che sia magica e abbia qualche potere strano perché, senza che le chiedessi nulla, mi ha detto quello che avevo bisogno di sentirmi dire: ‘Il personaggio non è stupido, non ha disturbi cognitivi, è solo stato isolato per tanto tempo in una stanza’”.
Alla domanda, “Come ha fatto pace con il suo aspetto?” ha risposto: “È stato graduale. Da piccolo, me ne stavo rifugiato nel mio mondo interiore, leggevo, scrivevo racconti fantasy. Fino alla prima liceo, ‘tutto bene’, anche se la bimba che mi piaceva c’era e non piacerle mi sembrava qualcosa di enorme e se molti venivano a chiedermi che avevo, tipo: ma ti sei bruciato? Hai avuto un incidente? È un male contagioso? Verso i 15 anni, mi piaceva una coetanea che mi rifiutava, ma scoprire di saper andare a tempo su una base mi ha fatto sublimare il rifiuto e mi ha aperto alla compagnia degli altri”.
“DA BAMBINO MI CHIEDEVO PERCHÉ A ME?”
“Da bambino piangevo e mi chiedevo: perché a me?”, ha detto. Poi la svolta: “Ho capito che dovevo nascere così e basta- ha sottolineato-. Se ti poni il problema del perché, sprechi solo energia. Di positivo, c’è che questa cosa mi ha permesso di sentirmi affine a chi affronta l’assurdo: io amo i bambini abbandonati, le vittime di razzismo o di omofobia… Alcuni si lasciano agire da quella rabbia che ti fa dire: ‘ca..o guardi?’ E ‘io vi odio’. Invece, io so che non mi è successo niente di grave. Il punto è assumersi la responsabilità della propria felicità. Fare la vittima non ti renderà felice”.
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