| CIVITAVECCHIA – Nell’annata 1965 della Rassegna degli Archivi di Stato fu pubblicato il saggio di Costanzo Casucci intitolato “Il carteggio di Antonio Gramsci conservato nel casellario politico centrale”. Costanzo Casucci fu responsabile negli anni che vanno dal ’50 al ’70 del secolo scorso della sezione del Ministero dell’Interno e degli enti fascisti dell’Archivio Centrale dello Stato ACS ed è ricordato, lo definì così il filosofo Augusto Del Noce, come il maggiore “archivista del fascismo”. Nel carteggio inserito nel fascicolo del Casellario Politico Centrale (ACS, CPC 2262) sono custodite alcune lettere di Antonio Gramsci ed altri documenti che chiariscono i motivi del suo arrivo e della breve permanenza nel carcere di Civitavecchia. Il 3 novembre 1933 Antonio Gramsci avanzava istanza al direttore generale delle Case di Correzione e di Pena, richiedendo che, successivamente al periodo trascorso nella clinica di Formia diretta dal dottor Cusumano, non fosse riportato nel carcere di Turi dove le sue condizioni di salute erano sensibilmente peggiorate ma in un penitenziario con un’idonea infermeria, come gli risultavano esserci nelle case di pena di Civitavecchia o di Firenze. Indicava come prima scelta proprio Civitavecchia perché vicina a Roma e “dove pare esista un’infermeria attrezzata modernamente”. I funzionari del Ministero equivocarono, non sappiamo se in buona o mala fede, e interpretarono lo scritto di Gramsci come una rinuncia al tanto desiderato ricovero in clinica. Carmine Senise, direttore generale della Divisione affari generali e riservati, futuro capo della Polizia, annotò sulla nota che comunicava la richiesta del detenuto che “S.E. il Capo del Governo ha disposto che sia accontentato e destinato a Civitavecchia, all’infermeria”. Qui Gramsci rimase solo diciannove giorni fin che l’equivoco fu chiarito e trasferito a Formia. Nel carcere di Civitavecchia Antonio Gramsci fu ristretto nell’infermeria del carcere dove non entrò in contatto con gli altri detenuti politici. In quegli anni erano lì detenuti Terracini, Scoccimarro, Pajetta ed altri dirigenti del Partito comunista. Celeste Negarville ricorda che fu visto “da un solo compagno, per puro caso, mentre questi veniva accompagnato dal capo guardia e Gramsci alla visita medica. Questo compagno ci raccontò che Gramsci camminava lentamente e che gli era parso febbricitante, rinchiuso nel suo cappotto di recluso del quale teneva il bavero rialzato”. La testimonianza di Umberto Terracini raccolta dallo storico Claudio Natoli è però dissonante: il futuro presidente dell’Assemblea costituente propose agli altri dirigenti della cellula comunista attiva nel penitenziario di provare a stabilire un contatto con Gramsci, ma riscontrò nei compagni uno scarsissimo interesse. La testimonianza è utile per capire che anche nelle celle del carcere civitavecchiese giungeva l’eco delle polemiche parigine e moscovite, che ebbero per conseguenza l’isolamento all’interno del partito dell’esponente comunista sardo, reo di lesa maestà verso i principi dell’ortodossia comunista impersonata da Stalin, da lui tacciato di “centralismo burocratico”. Il detenuto Gramsci lasciò il carcere di Porta Tarquinia il 7 dicembre per Formia. Antonio Gramsci moriva il 27 aprile 1937. La nostra città gli ha dedicato il lungoporto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA |


