Il 2 giugno si avvicina e con questa data si avvicina no anche i dazi sui prodotti europei promessi da Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha ribadito l’irritazione statunitense per i governi europei accusati apertamente di avere un atteggiamento parassita nei confronti degli States.
Che tra le due sponde dell’Atlantico non corra più buon sangue lo si è visto chiaramente dal contenuto dei commenti anti europei presenti nella chat governativa segreta di preparazione ad un’azione militare contro gli Houthi dello Yemen condivisa per errore con il direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, e successivamente resa pubblica. Nella chat gli europei venivano definiti dal Vicepresidente J.D. Vance come dei parassiti, commento poi confermato dal presidente Trump intervistato sul tema.
L’amministrazione statunitense mira a costringere il Vecchio Continente a spendere di più per la propria sicurezza, vedi il disimpegno Usa all’interno della NATO e a rendere più equa la bilancia commerciale tra Ue e Usa. L’Unione che al momento gode di un surplus di export negli Stati Uniti, per Donald Trump deve acquistare più beni made in Usa. Sullo sfondo della guerra doganale c’è il debito pubblico statunitense di 36mila miliardi di dollari. Una cifra mostruosa che rischia di far fallire il Paese. Trump ne è cosciente e considera l’Unione europea un pericolo al pari della Cina. Il fatto che la prima sia formalmente alleata degli Usa e la seconda no, pare fare poca differenza per il presidente che ribadisce in ogni intervista come l’Unione si sia approfittata degli Stati Uniti e che alcuni amici sono peggio dei nemici. L’amministrazione vuole spingere più aziende possibile a investire negli Stati Uniti anche rendendo più costoso l’import dei prodotti realizzati altrove.
The Trump plan for the great American comeback is simple: We want companies to invest right here in America—in our own workers and factories.
That means cutting taxes, slashing regulations, and unleashing energy so we can become the industrial powerhouse of the next century. pic.twitter.com/DCmKZNVkEE
— JD Vance (@JDVance) March 18, 2025
President Trump’s economic polices are simple: if you invest in and create jobs in America, you’ll be rewarded. We’ll lower regulations and reduce taxes.
But if you build outside of the United States, you’re on your own.
— JD Vance (@JDVance) March 10, 2025
Ma gli effetti dei dazi in Italia si stanno già facendo sentire. I produttori di prosecco hanno smesso di inviare carichi negli Stati Uniti. Il tempo di consegna del vino è pari a un mese e il rischio che gli importatori non vogliono correre è che questo una volta arrivato nella dogana statunitense sia tassato al 200%, tassa che spetta pagare a chi acquista.
I maggiori produttori di prosecco hanno inviato una lettera al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Nella lettera vengono riportati i dati dell’export del prodotto di punta tra i vini italiani. Il Prosecco Doc esporta negli Usa circa 130 milioni di bottiglie, pari a circa il 23% dell’export dell’intera denominazione, volumi che generano un fatturato alla produzione di circa 500 milioni di euro. Il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg esporta oltre 3 milioni e 500mila bottiglie che vanno ad occupare solo ed esclusivamente il settore più qualificato di consumo ovvero l’Horeca. Anche per la Docg Asolo Prosecco gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali mercati di destinazione. La denominazione esporta circa il 75% della sua produzione che lo scorso anno si è attestata su 32 milioni di bottiglie. “Il venir meno di un mercato simile comporterebbe la necessità di individuare Paesi alternativi ove andare a collocare queste produzioni e, nell’emergenza, questo comporterebbe di sicuro una pesante contrazione del valore, con ripercussioni per le nostre aziende, sia in termini economici che sociali. Certi che comprenderà la gravità della situazione, auspichiamo un Suo intervento affinché si attuino adeguate azioni, a livello nazionale e comunitario, tese a risolvere il problema” ribadiscono i produttori.
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