Cristina Guarda, europarlamentare Verdi/ALE, ha fatto il punto sul (lungo) processo per bandire i PFAS in Europa. Nel frattempo “è necessario agire nella normativa nazionale”.
A che punto è il processo di divieto dei PFAS in Europa? Ce lo ha spiegato l’europarlamentare Cristina Guarda, che ha illustrato anche le iniziative volte ad accelerare la transizione verso l’abbandono degli inquinanti eterni. Un passaggio che richiede grandi investimenti in termini di ricerca per aiutare le imprese a stare al passo con questa esigenza in vari settori come l’agricoltura, i giocattoli per bambini e l’acqua potabile.
“Il processo per bandire i PFAS dal commercio e dalla produzione in Europa sta avendo dei rallentamenti. La proposta avanzata da cinque Stati nel 2021 è al vaglio dell’ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche, ndr) ma al momento sta subendo rallentamenti. Io credo che ci sia un po’ lo zampino delle pressioni lobbystiche del mondo della chimica”, ha spiegato l’europarlamentare a TeleAmbiente.
Rimandare l’adozione di una normativa più stringente nei confronti degli inquinanti eterni, inoltre, comporterebbe una spesa enorme per la bonifica dei territori contaminati. L’indagine di Forever Lobbying Project, coordinata da Le Monde e condotta da 46 giornalisti, ha svelato l’entità della campagna di lobbying condotta dagli industriali per impedire che i PFAS vengano vietati e il costo della bonifica di queste sostanze dall’ambiente. Il consorzio mediatico ha stimato il costo della bonifica dalla contaminazione da PFAS se le emissioni degli inquinanti eterni dovessero restare senza restrizioni. Ripulire acque e terreni dai PFAS costerebbe fino 2.000 miliardi di euro in 20 anni. Una “bolletta” annuale da 100 miliardi di euro, quasi 300 milioni al giorno. Cifre che escludono gli impatti sui sistemi sanitari.
“È necessario agire già fin d’ora nella normativa nazionale per evitare di attendere il lungo processo europeo. Così come ha fatto la Francia, come sta facendo la Danimarca. Di fronte a questa situazione, l’Italia deve prendere in mano la situazione e pensare al bene dei cittadini e non al peso lobbistico e al costo economico di alcuni settori”, ha sottolineato Guarda.
In Francia, lo scorso 20 febbraio, è stata approvata dall’Assemblea la legge che vieta la produzione e la vendita di prodotti contenenti PFAS. Dal divieto sono esclusi alcuni tessuti industriali e prodotti “necessari per usi essenziali”. Nel testo della legge, inoltre, è presente anche una tassa basata sul principio “chi inquina paga” per le industrie che non rispettano la norma.
Cosa sono i PFAS
Le sostanze per- e polifluoroalchiliche vennero sintetizzate per la prima volta alla fine degli anni ’30, dall’azienda chimica DuPont. I PFAS sono nati per errore, da una reazione chimica che generò una strana polverina dalle capacità incredibili. Queste sostanze infatti hanno proprietà idrorepellenti e oleorepellenti, oltre ad essere molto resistenti alle alte temperature. Per questo i PFAS iniziarono ad essere impiegati in moltissimi rami dell’industria e negli anni sono diventati composti onnipresenti in una grande varietà di prodotti.
Dove si trovano i PFAS e quali conseguenze hanno per la salute?
Tra gli oggetti d’uso comune che contengono PFAS troviamo: padelle di teflon, indumenti impermeabili, imballaggi per alimenti, detergenti per la casa, vernici e persino la carta igienica. Queste sostanze si trovano anche nell’abbigliamento outdoor, come dimostrato da uno studio sulle giacche per bambini. Un altro settore in cui vengono impiegati i PFAS è quello dell’elettronica e dei semiconduttori.
I forever chemicals si trovano anche negli alimenti che sono stati esposti a queste sostanze chimiche e che, di conseguenza, introduciamo nel nostro organismo. Uno studio ha rilevato che alcuni cibi aumentano i livelli di PFAS, tra cui tè, carne di maiale, carne lavorata, caramelle, bevande sportive, burro, patatine e acqua in bottiglia. Gli inquinanti eterni si trovano anche in frutta e verdura. Un report ne ha rilevato la presenza in frutta e verdura in Europa, tra cui fragole, pesche, albicocche, indivia, cetrioli.
Nel corso degli anni, numerosi studi hanno portato alla definizione dei PFAS, da parte dell’IARC, come sostanze “cancerogene per l’uomo”, riferendosi in particolare ai PFOA.
L’esposizione a queste sostanze infatti, può causare gravi danni alla salute. Essendo degli interferenti endocrini, i PFAS sono correlati al rischio di contrarre alcune forme di cancro femminile (utero, ovaie, seno). Sono poi associati al rischio di tumori ai testicoli, ai reni, a danni alla fertilità e possono favorire alti livelli di colesterolo.
L’articolo Stop PFAS in Europa, a che punto siamo? proviene da Notizie da TeleAmbiente TV News.